L’8 giugno 1976 Genova visse uno dei momenti più dolorosi degli anni di piombo: l’assassinio del procuratore generale Francesco Coco e dei due uomini della sua scorta, Giovanni Saponara e Antioco Deiana, in un agguato organizzato dalle Brigate Rosse. L’attacco, rivendicato anche dai brigatisti rossi detenuti a Torino, colpì il primo alto rappresentante dello Stato ucciso dall’organizzazione terroristica armata. "Mio padre e i due agenti sono stati il primo obiettivo istituzionale di Stato a essere colpito in Italia", ha ricordato il figlio Massimo Coco, custodendo negli anni la memoria di quel sacrificio.
Francesco Coco era nato a Terralba nel 1908 e aveva dedicato tutta la vita alla magistratura. Giudice istruttore a Nuoro negli anni Trenta, sostituto procuratore presso la Giustizia militare durante la guerra, poi sostituto procuratore generale a Cagliari, si era occupato di sequestri di persona e banditismo. Negli anni Sessanta e Settanta divenne procuratore della Repubblica di Genova, ruolo che mantenne fino alla nomina a procuratore generale.
La sua figura divenne centrale durante il sequestro del magistrato Mario Sossi nel 1974. La Corte d’assise d’appello di Genova aveva dato parere favorevole al rilascio di otto detenuti del Gruppo XXII Ottobre, a condizione che Sossi fosse restituito in condizioni di piena incolumità. Una volta verificata la liberazione del collega, Coco ritenne che quella condizione non fosse completamente rispettata, poiché Sossi presentava leggere contusioni. Per questo impugnò in Cassazione la decisione di liberazione, impedendo il rilascio dei detenuti. Un gesto compiuto per senso del dovere, come confermò lui stesso la notte precedente al ricorso, quando il Presidente della Repubblica Giovanni Leone lo chiamò e Coco rispose semplicemente: "Farò il mio dovere sino in fondo". Una scelta che, come spesso è stato ricordato, gli costò la vita.
Il magistrato venne ucciso due anni dopo, alle 13,30 dell’8 giugno 1976, in Salita Santa Brigida, a pochi passi da via Balbi e dalla stazione di Genova Piazza Principe. Saponara, che camminava al suo fianco, e Deiana, che attendeva in auto, furono colpiti insieme a lui
L’attentato fu eseguito con armi automatiche e rimane ancora oggi segnato da incertezze sui responsabili materiali, nonostante testimonianze e ricostruzioni successive abbiano indicato vari nomi all’interno dell’organizzazione. Il giorno seguente, durante un processo a Torino, alcuni militanti delle Brigate Rosse rivendicarono l’omicidio. Coco lasciava la moglie e tre figli.
Cinquant’anni dopo, il ricordo di Francesco Coco e dei due agenti che lo accompagnavano resta legato a un’idea semplice e ferma: quella di tre servitori dello Stato che, in un tempo difficile, scelsero di non arretrare davanti al proprio compito. Una memoria che non cerca polemica, ma custodisce la dignità di una storia che appartiene al Paese.
In basso il video dell'intervista di Giulia Carrarini a Massimo Coco, figlio del magistrato ucciso
Nella photo gallery alcune foto della notizia del suo assasinio pubblicata da alcuni giornali .
"Mio padre è morto da quasi 39 anni e dovete pensare che sono 39 anni che io non conosco il nome dell' assassino"
Di seguito la dichiarazione di Massimo Coco durante la trasmissione del 12 maggio 2015 'Siamo noi' su tv2000
https://www.youtube.com/watch?v=3P070ZEj5Tw








