Come riporta National Geographic Italia, negli ultimi vent’anni la nostra capacità di restare concentrati su un singolo compito si è ridotta a una manciata di secondi; appena quaranta. È un tempo così breve da non permettere di completare quasi nulla senza essere interrotti da notifiche, messaggi o semplici impulsi a controllare qualcos’altro. Questa trasformazione non è un’impressione soggettiva, ma un fenomeno misurato con rigore scientifico.
La ricercatrice Gloria Mark, che da anni studia l’attenzione, ha documentato come dal 2003, quando la media era di due minuti e mezzo, si sia passati progressivamente ai quaranta secondi attuali. Non è la nostra mente a essersi indebolita, ma il nostro ambiente a essersi riempito di stimoli che frammentano il pensiero. Secondo Mark, l’attenzione si divide in due forme: quella involontaria, automatica, che ci fa reagire a un rumore improvviso, e quella focalizzata, cioè la capacità di restare su un compito preciso. È quest’ultima che oggi si sgretola più facilmente. Non perché sia compromessa, ma perché viviamo immersi in un contesto che moltiplica le occasioni di interruzione. Ogni volta che cambiamo attività, il cervello deve sospendere lo schema mentale in corso e costruirne uno nuovo, consumando risorse cognitive e lasciando dietro di sé quelli che Mark definisce “residui di attenzione”, tracce mentali che continuano a competere con ciò che stiamo facendo dopo, come una lavagna cancellata male. Uno studio del 2024 ha confermato che questo continuo passaggio rallenta le prestazioni e aumenta gli errori, anche in condizioni controllate, rafforzando l’idea che il cosiddetto multitasking non sia efficienza ma dispersione.
La psicologa Amishi Jha spiega che ciò che chiamiamo multitasking è in realtà un rapido spostamento dell’attenzione da un compito all’altro. Il cervello funziona come un riflettore: illumina una sola cosa alla volta, lasciando il resto sullo sfondo. Pensare di poter fare tutto insieme è un’illusione che costa cara in termini di energia mentale. Alcune ricerche mostrano che questo continuo alternarsi può ridurre la produttività fino al quaranta per cento, mentre chi si definisce “bravo nel multitasking” ottiene spesso risultati peggiori nei test oggettivi di controllo dell’attenzione. La buona notizia, sottolineano gli scienziati, è che la soglia di attenzione non è perduta per sempre. È una funzione allenabile, come un muscolo. Mark suggerisce di osservare i propri ritmi naturali di vigilanza e affaticamento per capire quando si è più lucidi: annotare per qualche giorno i momenti di maggiore concentrazione permette di individuare i propri picchi attentivi e di programmare lì i compiti più impegnativi, riducendo al minimo le interruzioni. Le pause intenzionali sono altrettanto importanti: brevi, regolari e possibilmente all’aria aperta. Molte persone trovano utile la tecnica dei venticinque minuti di lavoro seguiti da cinque di pausa. Jha ha dimostrato che dodici minuti di pratica di mindfulness, quattro volte alla settimana, possono migliorare attenzione, memoria e resistenza allo stress. Concentrarsi sul respiro, notare quando la mente divaga e riportarla gentilmente al compito è un esercizio diretto della capacità attentiva.
Nel tempo, questo allenamento rafforza la mente proprio come l’attività fisica rafforza il corpo. La riduzione della soglia di attenzione non è dunque una condanna, ma il risultato di un ecosistema digitale che ci interrompe di continuo. Con strategie mirate, abitudini consapevoli e un po’ di disciplina quotidiana, possiamo recuperare la continuità del pensiero e tornare a concentrarci davvero.
Fonte: National Geographic Italia,Vittoria Traverso.




