La solennità dell’ascensione ci riguarda da vicino perché Gesù salendo al cielo, come viene descritto nella prima lettura tratta dagli atti degli Apostoli, non ci insegna a sottrarci o ad estraniarci dalla realtà bensì a compiere un cammino simile a quello che si fa quando si va in montagna e si affronta un’ascensione verso una vetta. Pur salendo ad alte quote si resta con i piedi ben saldi per terra ed allo stesso tempo ci si eleva, ci si apre ad un paesaggio che muta man mano che si procede, più si sale e più diventa essenziale, la vegetazione diviene rada e cambia tipologia fino a scomparire quasi del tutto.
Diminuisce anche la varietà di colori fino ad arrivare al manto nevoso o ai ghiacciai dove tutto è azzerato e trionfa solo il bianco e l’azzurro del cielo. Non si è su un altro pianeta; eppure, il paesaggio si fa esageratamente essenziale e, come accade sovente in montagna, ti porta con il cuore e con la mente all’assoluto, al divino. L’ascensione al cielo di Gesù ci suggerisce di camminare nella realtà nella quale siamo chiamati a vivere cercando l’essenziale, lasciandoci alle spalle il superfluo, riscoprendo la nostra vera essenza. Tutto questo ci rende più leggeri mentre sovente viaggiamo con l’animo pesante, ciò non vuol dire per questo vivere con la testa tra le nuvole bensì, pur tra le vicissitudini e le questioni terrene mantenere lo sguardo, il cuore e la mente concentrati su ciò che conta davvero. Camminare sui sentieri del mondo individuando ciò per cui vale la pena vivere; cercare di divenire sempre più noi stessi abbandonando ogni forma di finzione e di facciata che a volte costruiamo per avere l’impressione di valere di più di fronte a noi stessi, agli altri e per sentirci più sicuri. L’ascensione di Gesù ci esorta a camminare nell’esistenza imparando giorno dopo giorno, a distinguere il superfluo dall’essenziale, restando agganciati a ciò che riteniamo davvero importante senza lasciarci troppo fuorviare dalle apparenze ed innamorandoci sempre più di ciò che dona gusto e significato alla vita. Il tutto al fine di accorgerci quali sono per esempio le relazioni davvero significative riscoprendo anche quella con Dio individuando ciò che fa sul serio bene al corpo, alla mente e all’animo; accorgendoci di ciò che per cui vale la pena spendere il proprio tempo e le proprie risorse; acquisendo la consapevolezza che il nostro cammino non è destinato a svolgersi perennemente sulla terra e comprendere così che occorre guardare la vita sotto un’altra ottica e prospettiva. Infatti, essa non si esaurisce con ciò che facciamo, che dimostriamo agli altri, che ostentiamo, che possediamo, che accumuliamo ma c’è molto di più, siamo molto di più.
Il paragone dell’ascesa in montagna può essere tranquillamente sostituito con l’immagine di chi viaggia per mare in barca a vela, pur non salendo verso una vetta si compie però qualcosa di molto simile ad un’ascensione. Ci si inoltra al largo lasciandosi alle spalle la riva con tutte le sue forme e colori, si è sempre più immersi nell’immenso blu del mare e del cielo in un paesaggio estremamente essenziale ed affascinante e proprio l’azzerarsi di ogni forma e varietà di colore ci aiuta a percepire che non siamo solo corpo ma che possediamo un animo e una Presenza che ci supera, che ci rende preziosi, che ci invita ad aprirci a ciò che conta davvero, alla vera bellezza, all’infinito per non restare perennemente schiacciati quaggiù nelle cose terrene. Vi lascio, per evocare questa riflessione, uno scatto che ho realizzato personalmente in una delle esperienze più belle che ho vissuto, quando lo scorso anno ho trascorso alcuni giorni in barca a vela: pur restando sulla Terra ti stacchi per immergerti in una dimensione che ti apre all’infinito e all’essenziale
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






