Nel viaggio che stiamo compiendo nel tempo pasquale ci stiamo domandando cosa significhi permettere alla risurrezione di incidere nell’esistenza. La prima lettura ed il Vangelo ci suggeriscono un ulteriore aspetto. Nel brano degli Atti degli Apostoli leggiamo di Filippo che predicava in Samaria e le persone del posto prestavano attenzione a ciò che diceva sentendolo parlare e vedendo i segni che compiva. Quella gente non si converte soltanto per ciò che dice, ma anche per ciò che fa e non credo che si trattasse solo di miracoli bensì anche di gesti semplici ma autentici perché i veri segni che riescono a toccare e cambiare i cuori e le menti sono quelli che esprimono amore. Non occorrono chissà quali miracoli; affinché la gente si apra alla fede sono sufficienti piccoli gesti d’amore: il vero miracolo è cercare di amare. Il problema è che spesso invece siamo molto bravi a parlare di ciò che Gesù ci ha insegnato e poco abili nel viverlo. Tutto questo stride e la gente se ne accorge, tanto più se noi cristiani ci dimentichiamo di praticarlo. Nel brano di Vangelo Gesù dice ai discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Se davvero abbiamo una relazione con Cristo, cioè se ci riteniamo cristiani, un po' lo si deve vedere da come viviamo. Occorre fare una precisazione: Gesù dice di osservare i suoi comandamenti che superano la Legge di Mosè e che si sintetizzano in una sola parola: amare. Quell’amore che il Maestro ha insegnato ai discepoli durante l’ultima cena con la lavanda dei piedi, tracciando così la strada per ogni cristiano: “amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”. Vivere la Pasqua, essere persone risorte portatrici di vita e di luce non si riduce nel dire belle parole, nell’annunciare il Vangelo, sicuramente fa del bene ma non basta occorre tentare di viverlo sennò non siamo credibili. Qualcuno dirà: “non è affatto semplice!”. È vero, mettere in pratica il comandamento dell’amore è tutto fuorché facile e questo ci ricorda che amare non è semplice spontaneità ma chiede fatica e rinuncia ed è proprio per questa ragione che Cristo risorto insieme al Padre ci hanno fatto un dono preziosissimo descritto nel brano di Giovanni: “e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanere con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi”. Si tratta dello Spirito Santo, la presenza viva di Dio con la quale ci sta accanto e ci dona la forza per vivere il Vangelo. L’orfano è colui che è rimasto solo, Gesù ci rassicura che non ci lascia soli nel praticare il comandamento dell’amore perché c’è lo Spirito Santo, di cui celebreremo la discesa verso la fine di maggio, che va invocato ogni giorno perché ha la capacità di farci uscire dal guscio dell’io per andare verso gli altri. Essere risorti perciò non è solo annunciare Gesù risorto e il suo insegnamento ma farlo diventare parte della nostra vita per cambiare il modo di affrontare la realtà, per compiere segni che testimoniano che si può affrontare la vita in un altro modo, perché la luce della risurrezione non è astratta ma si rivela ogni volta che cerchiamo di amare: accogliendo qualcuno con un sorriso, prestando ascolto, perdonando, prendendoci cura di una situazione, offendo un po' del nostro tempo e delle nostre risorse, dando una mano là dove c’è bisogno senza far finta di non vedere. 'Cristo lava i piedi a Pietro' (1852), custodito alla Tate Gallery di Londa, è un dipinto dell’artista britannico di origine francese Ford Madox Brown (1821-1893). I soggetti che sceglieva dovevano avere lo scopo di evocare valori morali, sociali e religiosi. Nell’opera in questione ci offre le diverse reazioni degli apostoli di fronte a ciò che sta compiendo il Maestro il quale, con un gesto semplice e forte allo stesso tempo, suggerisce a tutti che le belle e buone parole servono per portare luce nel mondo ma non bastano occorre che vi siano anche gesti concreti d’amore.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






