Secondo la madre di un 24enne che proprio dal ponte di Introd si tolse la vita, l’installazione delle barriere è il risultato di un iter avviato circa sette anni fa, anche su sollecitazione di familiari di vittime. Un percorso passato attraverso misure intermedie – come telecamere e dissuasori sonori – rivelatesi nel tempo insufficienti. Gli ultimi episodi risalgono al 2023 e al 2024, con tre giovani trentenni che si sono tolti la vita lanciandosi dal ponte. “Diventava urgente intervenire con barriere fisiche per scongiurare ulteriori emulazioni”, sottolinea Cantisano.
Le reti verticali attualmente installate rappresentano, inoltre, una soluzione provvisoria: in prospettiva, saranno sostituite da sistemi definitivi – come reti orizzontali – nell’ambito di un progetto più ampio di riqualificazione e valorizzazione dell’area, affidato al Comune di Introd con finanziamenti regionali.
Nel mirino della referente del Mandorlo Fiorito finiscono alcune delle argomentazioni alla base della petizione contraria, giudicate frutto di “scarsa conoscenza dei fatti, degli studi scientifici e delle normative sulla prevenzione del suicidio”.
Longo Cantisano richiama infatti una “ampia letteratura internazionale” che dimostrerebbe come gli interventi strutturali sui cosiddetti “hotspot” – ponti, alture, monumenti o stazioni – siano efficaci non solo nel ridurre o azzerare i suicidi in quei luoghi, ma anche nel diminuire il numero complessivo dei tentativi sul territorio, grazie a un effetto deterrente.
Il tema si inserisce in un quadro più ampio: l’Organizzazione mondiale della sanità considera il suicidio una priorità globale e punta a una riduzione significativa dei tassi entro il 2030. In Italia, la competenza è demandata alle Regioni: la Valle d’Aosta si è dotata nel 2022 di un piano specifico, con l’istituzione di un tavolo interistituzionale.
Uno dei punti più discussi riguarda l’impatto visivo delle barriere. “Sono antiestetiche? Forse”, ammette Longo Cantisano, ma ribadisce che rispondono a precise normative e a esigenze di sicurezza non derogabili.
Secondo la referente, il vero problema non è rappresentato dalle reti, ma dal significato che il ponte ha assunto nell’immaginario collettivo: un luogo “iconico” associato al gesto suicidario. “Ci sono priorità più importanti della sensibilità estetica – scrive –: ci sono persone in profonda crisi, sempre più spesso giovani e giovanissimi”.
La lettera si chiude con un richiamo al ruolo della comunità. Le barriere, nella lettura proposta dall’associazione, non sono solo un ostacolo fisico, ma anche un segnale simbolico. “Parlano a chi soffre, dicono di non rinunciare e di prendersi il tempo per chiedere aiuto. Dicono che la comunità vede quella sofferenza e se ne fa carico”. Un passaggio che trasforma il confronto sulle barriere da questione infrastrutturale a tema etico e sociale. E che, con ogni probabilità, continuerà ad alimentare un dibattito acceso tra sicurezza, percezione pubblica e responsabilità collettiva.