Cerchiamo, anche nella quinta domenica di Pasqua, di comprendere come la risurrezione di Cristo possa sul serio incidere sull’esistenza. Il brano di Vangelo si apre con Gesù che si rivolge ai discepoli: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Vi sono diversi motivi per i quali possiamo turbarci e l’animo incupirsi, rabbuiarsi. La prima lettura ce ne suggerisce uno che viviamo sovente nel nostro tempo: tra i discepoli vi era turbamento perché non riuscivano ad occuparsi contemporaneamente dell’annuncio della Parola e dei poveri e questo disagio li porterà ad inventare la figura dei diaconi. Molte nostre inquietudini ed ansie nascono dal sovraccaricare le giornate, dall’usare male il tempo e dal non saper individuare le priorità. Se un giorno durasse più di 24 ore credo che non ne approfitteremmo per riposarci un po' bensì per riempirlo ulteriormente. Gesù ci suggerisce: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Permettere alla risurrezione di toccare e cambiare l’esistenza è innanzitutto fidarci del fatto che per Dio valiamo per il fatto stesso che esistiamo e la vita ha senso non tanto per quante cose facciamo in una giornata piuttosto per come le viviamo. Ci troviamo in un contesto storico e sociale per il quale crediamo che abbiamo valore se produciamo, se dimostriamo di essere persone impegnate, affermate e che si lamentano anche di essere, stressate e oberate da troppi impegni. Certamente, come ricordavo domenica scorsa, siamo chiamati a lasciare un’impronta, un segno positivo nella realtà ma questo non vuol dire vivere freneticamente. Abbiamo sì dei compiti da svolgere per migliorare la nostra ed altrui esistenza, siamo fatti per donarci ma non significa per questo esaurirci mentalmente e fisicamente, ricordiamoci che non siamo Dio! Vi cito un discorso di san Carlo Borromeo, vescovo che si è dedicato con generosità al suo gregge e proprio per questo le sue parole fanno riflettere: “Eserciti la cura d'anime? Non trascurare la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso”. Permettere alla risurrezione di toccare e cambiare l’esistenza è fermarsi ogni tanto per chiedersi quali sono le priorità del nostro stato di vita; è domandare ogni mattina a Dio quali attività hanno la precedenza; è affidargli gli impegni che dovremo affrontare; è accorgersi quali occupazioni sono del tutto superflue e ci fanno perdere tempo inutilmente, basti pensare a quanto stiamo sullo smartphone…; è ringraziare a fine giornata per quanto abbiamo svolto senza lamentarci di ciò che avremmo potuto fare in più. Nella seconda lettura Pietro ci ricorda che siamo come pietre vive che compongono l’immenso edificio della Chiesa e dell’umanità, ognuno è un tassello, non è una colonna o un arco interi, siamo piccoli pezzi preziosi ma con la consapevolezza e l’umiltà che non possiamo fare tutto ed arrivare dappertutto. E’ invece importante collaborare con gli altri. Giorgio Morandi (1890-1964) è un artista del ‘900 che non si colloca in nessun movimento perché la sua arte esalta qualcosa che il tempo moderno ha smarrito: silenzio ed essenzialità. Sono celebri le sue nature morte costituite da contenitori disposti in uno spazio silenzioso e sobrio come nel caso di Natura morta 1951. Essere risorti è permettere a Gesù di aiutarci a fare un po' di luce, di pulizia e di ordine nell’esistenza per riscoprire davvero cos’è essenziale per ciò che siamo e che viviamo; è saperci fermare ogni tanto in silenzio per soppesare la vita e soprattutto domandarci quali sì e quali no dire a noi e agli altri; significa educare noi stessi e i nostri figli e nipoti che ciò che ci rende davvero felici non è riempirci la vita di attività, non è pretendere di fare tutto senza rinunciare a nulla bensì scegliere, prestando ascolto innanzitutto a ciò che ci suggerisce Dio e poi il nostro corpo e la nostra mente; chiederci davvero ciò che conta adesso, cosa e chi ha la precedenza per scoprire che vale la pena fare meno ma meglio e più serenamente.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






