Quando parliamo di risurrezione tendiamo ad usare l’immagine della luce ma occorre stare attenti a non ridurla ad un bagliore astratto ed evanescente senza consistenza, un effetto speciale senza rilevanza per la nostra esistenza, un lampo fugace, una luce eterea che appare nel tempo di Pasqua e che svanisce dopo la grigliata di Pasquetta. Pietro, dalla prima lettura, ci ricorda che Gesù risorto, in quanto tale, è Qualcuno che è ancora in mezzo a noi, agisce in quanto seconda persona della Trinità e il fatto che abbia attraversato e sconfitto il male e la morte ci assicura che è in grado di farsi presente in ogni situazione anche la più oscura. La profezia del re Davide sulla risurrezione di Cristo citata da Pietro e il salmo 15 ci ricordano che il Risorto è con noi ed in noi, non ci abbandona mai, ci sta accanto, ci guida e ci accompagna. Quando parliamo della risurrezione c’è il rischio di pensare ad un evento miracoloso che riguarda solo Gesù oppure a qualcosa di astratto o peggio ad una favola che non ha nulla a che vedere con l’esistenza umana. L’episodio dei discepoli di Emmaus, raccontato nel brano di Vangelo secondo Luca, ci aiuta a comprendere che la Pasqua riguarda non qualcosa ma Qualcuno che riesce a rendersi davvero presente in ogni circostanza. Ripercorriamo il brano: Gesù innanzitutto si accosta ai due discepoli che hanno il volto triste perché delusi di quanto accaduto al Maestro e cammina con loro ma essi sono talmente concentrati sul ciò che provano che non si accorgono chi sia davvero. Spesso non sappiamo riconoscere Gesù risorto per due motivi: il primo perché siamo in ascolto soltanto dei nostri problemi e mali, di conseguenza abbiamo lo sguardo annebbiato e l’animo incupito; seconda ragione perché immaginiamo che debba rendersi visibile in chissà quali modi eclatanti e spettacolari. Invece il primo luogo nel quale si fa presente è nelle persone. Se è davvero risuscitato nulla e nessuno può ostacolarlo, di conseguenza è dentro ogni individuo ed ogni situazione. Impariamo perciò a riconoscerlo in quanti condividono un tratto di strada con noi, in chi ci ama e amiamo, nelle persone delle quali siamo responsabili, alziamo lo sguardo dai nostri problemi, guardiamoci attorno e scopriremo che incontriamo il Risorto in chi abbiamo accanto. Gesù poi inizia a conversare con loro: “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. C’è un altro modo con il quale si fa vicino: con la Parola di Dio, lì si rivolge a noi, ci offre suggerimenti, spunti di riflessione, di conversione, ci parla per sostenerci, incoraggiarci, spronarci al bene, al perdono, alla fede e all’amore. Gesù, infine, si ferma a mangiare con i due uomini: “Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Gesù risorto è presente e agisce nei sacramenti affidati alla Chiesa: nell’Eucaristia, facendo la comunione, si compie qualcosa di molto concreto: si mangia del pane e si beve del vino consacrati, cioè si mangia e beve Dio per ricevere da Lui la forza per amare, perdonare, credere e sperare.
Per completare la riflessione vi invito a posare lo sguardo su un’opera di grande intensità ed effetto realizzata da Caravaggio (1571-1610) e che si può ammirare presso la Pinacoteca di Brera a Milano. Si tratta della Cena in Emmaus (1606): Gesù è presente in carne ed ossa, l’artista dirige su di Lui in modo teatrale, come se fosse un riflettore acceso, un fascio luminoso come per ricordarci che in quanto risuscitato è sì luce che ha vinto le tenebre ma allo stesso è persona, non è un fantasma, un concetto astratto, è presente concretamente stando seduto a tavola, tra persone comuni, benedicendo del pane e del vino, portando luce in una scena avvolta da un nero denso. Vi evidenzio infine un dettaglio: Gesù sta guardando il pane ed il piatto che ha di fronte a sé ma con la mano destra indica verso lo spettatore, verso di noi, quella mano sembra uscire dal dipinto ed interpellarci: “Ehi tu, sì dico proprio a te, ci credi davvero che sono risorto e per questo sono con te sempre, anche quando ti trovi nel buio più cupo?”.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






