C’è un dato che più di altri colpisce osservando il dibattito politico attorno alla Compagnia valdostana delle acque-Cva Spa, ovvero la progressiva rottura degli schemi tradizionali tra maggioranza e opposizione.
Nel giugno scorso, il consigliere regionale leghista Simone Perron aveva spiazzato l’aula del Consiglio Valle evocando possibili 'trame' bipartisan tra una parte dell’Union Valdôtaine e Alleanza Verdi e Sinistra-Avs contro il management della società, in particolare contro l’amministratore delegato, Giuseppe Argirò. Un’accusa politica pesante e non isolata: già in precedenza la Lega aveva assunto pubblicamente una posizione di difesa della governance di Cva, anche attraverso una conferenza stampa diffusa sui social.
Fin qui, il primo elemento di anomalia, una forza di opposizione che si schiera apertamente a sostegno dei vertici di una partecipata regionale. a il quadro si complica ulteriormente guardando dentro la maggioranza. In questi ultimi due anni, il capogruppo unionista Aurelio Marguerettaz ha presentato decine di accessi agli atti - i cosiddetti '116' - per ottenere documentazione dettagliata sul management di Cva, sulla gestione societaria, sui compensi e sulle scelte di investimento.
Un’attività ispettiva intensa, sistematica, che nei fatti ha posto sotto pressione la governance della società e la finanziaria regionale Finaosta (che detiene gran parte della documentazione su Cva) proprio da parte di un esponente del partito che esprime la guida della Regione.
Ne emerge un quadro apparentemente paradossale: da un lato, una parte della minoranza che difende a spada tratta il management; dall’altro, una componente della maggioranza che lo sottopone a un controllo serrato, arrivando a metterne in discussione l’operato. Una contraddizione solo apparente? Dipende dal punto di vista.
C’è una lettura che valorizza il ruolo istituzionale del consigliere regionale, indipendentemente dalla collocazione politica. In questa chiave, l’azione di Marguerettaz rappresenterebbe una forma di controllo legittima e persino auspicabile; anche chi sostiene il governo ha il dovere di vigilare sulle società partecipate, soprattutto quando sono in gioco risorse pubbliche e scelte strategiche di lungo periodo. In quest’ottica, l’attività ispettiva non sarebbe un attacco politico, ma l’espressione di una cultura di governo che non rinuncia alla trasparenza e alla verifica.
Esiste poi una lettura opposta, più politica; le iniziative ripetute, la focalizzazione sul management e la concomitanza con le critiche provenienti da altri gruppi consiliari alimentano il sospetto che dietro vi sia qualcosa di più di un semplice esercizio di controllo. È su questo terreno che si innestano i dubbi sollevati da Perron circa l’ipotesi di una convergenza, esplicita o implicita, tra pezzi di maggioranza e opposizione con l’obiettivo di indebolire l’attuale governance e in particolare la figura dell’amministratore delegato.
Tra queste due interpretazioni si muove una zona grigia, difficilmente decifrabile dall’esterno, in cui dinamiche istituzionali e strategie politiche tendono a sovrapporsi. Nel frattempo, la discussione sul futuro di Cva entra in una fase decisiva. L’annunciata pubblicazione, entro fine aprile, del nuovo bando per il rinnovo del Consiglio di amministrazione apre infatti un passaggio cruciale, destinato a ridefinire equilibri e indirizzi della società.
Ed è proprio alla luce di questo appuntamento che le tensioni degli ultimi mesi assumono un significato più chiaro. Le prese di posizione, gli atti ispettivi, le difese e le critiche non sono episodi isolati, ma tasselli di un confronto più ampio sul ruolo della Compagnia, sulle sue strategie e sulla sua guida.
Non è insolito, nelle fasi che precedono le nomine, assistere a dinamiche politiche meno lineari del consueto. Più raro, invece, è vedere ribaltati in modo così evidente i ruoli tra una parte di maggioranza e una parte di opposizione. Resta da capire se si tratti di un segnale di maturità istituzionale - dove il controllo supera le appartenenze - oppure di una fase di rimescolamento politico in cui le tradizionali categorie non bastano più a spiegare ciò che accade. Probabilmente, come spesso succede, la risposta sta nel mezzo, sarà il prossimo giro di nomine a dire se quelle che oggi appaiono anomalie sono destinate a rientrare o a diventare la nuova normalità della politica valdostana.




