Cronaca - 31 marzo 2026, 07:42

Coltivavano marijuana 'top gamma', condannati per sei chili d'illegale ma anche gli altri 800 sono finiti 'fuori legge'

Una vicenda giudiziaria, quella che ha visto protagonista una coppia di Saint-Marcel, che apre però interrogativi sul profilo di costituzionalità di una legge che ha 'rovinato' diversi coltivatori di cannabis sativa a basso principio attivo

I carabinieri durante una fase del sequestro e, nella foto all'interno dell'articolo, parte della marijuana sequestrata

I carabinieri durante una fase del sequestro e, nella foto all'interno dell'articolo, parte della marijuana sequestrata

Sei chili e 350 grammi di marijuana con un principio attivo fino a cinque volte superiore ai limiti consentiti per considerare la pianta 'atossica' e quindi 'legale'; altri 800 chili di cannabis di alta qualità, commerciabili perchè con p.a. nei limiti di legge ma finiti comunque al macero; iuna fiorente attività agricola finita come peggio non poteva. Sono questi gli aspetti centrali di un'operazione avviata nell’ottobre 2024 dai carabinieri di Nus e coordinati dalla Compagnia di Châtillon/Saint-Vincent, che aveva portato al sequestro delle piante coltivate da una coppia di Saint-Marcel: Mario Champion, 66 anni e la 38enne Eleonora Poli.

L’indagine era partita da un’iniziativa autonoma del maresciallo Roberto Nossein, comandante della Stazione locale dell'Arma, e si era poi sviluppata con accertamenti tecnici complessi durati circa un mese e che avevano impegnato il dedicato labotatorio dell'Arpa VdA diretto da Lorena Masieri. Una parte consistente dello stupefacente – circa tre chili – era stata subito classificata come “erba” pura, mentre per ulteriori tre chili e 350 grammi si erano rese necessarie analisi approfondite da parte dell’Arpa; secondo quanto emerso, proprio quella seconda tranche presentava caratteristiche anomale: un contenuto di THC elevatissimo, frutto – per gli inquirenti – di una modificazione volta ad aumentare il principio attivo. Una qualità definita “eccezionale”, tanto che la sostanza è stata classificata come una varietà di cannabis sativa mai riscontrata prima in Valle d’Aosta ( e forse in Italia).

Di fronte al giudice per le indagini preliminari Davide Paladino del tribunale di Aosta, assistiti dall’avvocato Celere Spaziante di Ivrea, Champion e Poli hanno patteggiato nei mesi scorsi una pena di un anno e quattro mesi di reclusione e 6.000 euro di multa ciascuno per il reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, previsto dall’articolo 73 del Testo unico.

Il nodo della cannabis 'legale'

La vicenda giudiziaria, tuttavia, si intreccia con un secondo piano, altrettanto rilevante. La stessa coppia, infatti, coltivava anche un quantitativo ben più ampio – circa 800 chili – di cannabis sativa con basso contenuto di THC, rientrante fino alla primavera del 2025 nei limiti della cosiddetta 'cannabis light'.

Quella produzione, inizialmente considerata lecita e destinata al mercato, ovviamente non era stata sequestrata, ma è stata però comunque distrutta.

Il motivo è normativo e apre interrogativi su profili di costituzionalità. Dal 12 aprile 2025 è entrato in vigore il nuovo Decreto-legge sulla sicurezza che ha di fatto azzerato l’intera filiera della cannabis light. La norma vieta espressamente lavorazione, distribuzione, commercio e trasporto delle infiorescenze di canapa, anche se a basso contenuto di THC, includendo anche derivati come oli, resine ed estratti. In altre parole, ciò che fino al giorno prima era legale, dal giorno dopo non lo è stato più.

Un cambio di paradigma senza transizione

Il caso di Saint-Marcel diventa così emblematico di una situazione più ampia: quella di agricoltori che avevano investito in un settore regolamentato, con coltivazioni certificate e contratti commerciali, e che si sono trovati improvvisamente fuori legge. Champion e Poli, al netto della parte penalmente rilevante legata all’alto contenuto di THC, rientrano anche in questa categoria. La distruzione degli 800 chili di cannabis light non è stata conseguenza diretta dell’indagine, ma dell’entrata in vigore della nuova normativa; una transizione che non ha previsto, almeno finora, misure compensative, né un periodo di adeguamento. La questione investe, per molti analisti del Diritto, profili di costituzionalità e apre interrogativi che vanno oltre il singolo caso giudiziario. Il punto centrale riguarda la proporzionalità e la ragionevolezza dell’intervento normativo. Da un lato, lo Stato ha piena competenza nel disciplinare le sostanze stupefacenti e nel tutelare la salute pubblica. Dall’altro, resta il tema dell’affidamento legittimo degli operatori economici: imprenditori agricoli che hanno investito in un’attività consentita dalla legge e che si sono trovati, senza gradualità, nell’impossibilità di proseguire.

Il rischio è quello di un conflitto con principi costituzionali come la tutela dell’iniziativa economica privata (articolo 41) e il principio di certezza del diritto. Non è escluso che, nei prossimi mesi, la questione possa approdare anche davanti alla Corte costituzionale, soprattutto se emergeranno contenziosi legati ai danni economici subiti.

Che fine fanno i coltivatori?

La domanda, a questo punto, è concreta: che fine fanno i coltivatori della cannabis legale? Per molti, la risposta è già nei fatti: riconversione forzata o chiusura. Un settore che negli ultimi anni aveva conosciuto una crescita significativa – anche in Valle d’Aosta – si trova ora privo di sbocchi.

Nel caso di Saint-Marcel, la vicenda giudiziaria si è chiusa con un patteggiamento, ma resta aperta la questione economica e normativa; quella di un comparto cancellato in poche righe di decreto, senza una strategia di accompagnamento e con un interrogativo destinato a restare sul tavolo: quanto è sostenibile, anche sul piano costituzionale, un cambio di regole così netto per un’attività che, fino al giorno prima, era perfettamente legale?

patrizio gabetti

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