Cronaca - 25 marzo 2026, 07:30

Omicidio La Salle, oggi la difesa Teima è chiamata a dura prova

Auriane Laisne

Auriane Laisne

C’è un momento, nei processi come quello per l'omicidio di Auriane Laisne, in cui la cronaca smette di essere semplice ricostruzione dei fatti e diventa inevitabilmente riflessione sul senso stesso della giustizia. Il processo al 23enne fidanzato Sohaib Teima (foto sotto, accompagnato in aula da un agente) – che oggi ad Aosta entra nella fase delle arringhe difensive dopo la richiesta di ergastolo del pm Manlio D’Ambrosi – è esattamente uno di quei momenti; non tanto per ciò che ancora manca, ma per ciò che sembra già esserci.

Dalle ricostruzioni emerse nel dibattimento il quadro accusatorio appare di una coerenza quasi granitica: un omicidio maturato in un contesto relazionale già compromesso, consumato con modalità violente (una ferita alla gola che provoca la morte per asfissia) e seguito da un tentativo di occultamento del cadavere in un luogo isolato. A ciò si aggiunge un elemento ancora più inquietante, ovvero l’ipotesi di premeditazione, sostenuta dagli inquirenti anche sulla base di comportamenti precedenti – come il tentativo di far arrestare la vittima e la metodica pianificazione di un viaggio verso un luogo appartato.

È qui che nasce il nodo centrale di questo processo perché, se è vero che nel diritto penale italiano la prova deve andare “oltre ogni ragionevole dubbio”, è altrettanto vero che esistono processi in cui gli indizi, per convergenza e gravità, assumono il peso specifico di una prova piena ed è esattamente su questo crinale che oggi si muoverà la difesa.

Fin dall’inizio, gli avvocati di Teima hanno insistito su un punto preciso, quello di un “processo indiziario”, ancora da verificare nella sua completezza, con possibili lacune investigative (reperti non analizzati, piste alternative non pienamente esplorate). È una linea difensiva classica, ma non per questo semplice, perché più il quadro accusatorio appare compatto, più diventa difficile scardinarlo senza offrire una narrazione alternativa credibile. Non basta insinuare il dubbio, occorre costruirlo e qui la difesa potrebbe tentare diverse strade; contestare la tenuta logica della ricostruzione, valorizzare eventuali zone d’ombra nelle indagini, oppure insistere su elementi psicologici tali da assicurare l'impunibilità giuridica – come il disturbo di personalità emerso nella perizia, che però non ha escluso la capacità di intendere e volere dell’imputato.

Ma nessuna di queste vie, presa singolarmente, sembra sufficiente a ribaltare una narrazione accusatoria che, almeno finora, ha mostrato una linearità difficilmente incrinabile e allora il punto diventa un altro, più profondo e forse più scomodo: fino a che punto un processo può dirsi davvero “indiziario” quando ogni indizio sembra incastrarsi con gli altri senza contraddizioni rilevanti? È una domanda che va oltre il caso specifico e tocca il cuore della giustizia penale perché il rischio, in situazioni del genere, è duplice: da un lato quello di trasformare la somma degli indizi in una verità automatica; dall’altro, all’opposto, quello di rifugiarsi in un garantismo astratto che finisce per ignorare l’evidenza sostanziale dei fatti. Nel mezzo c’è il compito della Corte d’Assise e c’è, oggi, la messa a dura prova della difesa, che deve tentare di dimostrare che quel 'quasi' – quel margine minimo tra indizio e prova – può avere un peso. 

patrizio gabetti

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