Il risultato è chiaro, il No ha vinto largamente. Ma non tutto è chiaro nel modo in cui il percorso verso questo esito è stato e viene raccontato - prima, durante e soprattutto dopo la campagna referendaria.
Perché se è vero che il No si è imposto, è altrettanto vero che una parte significativa del merito - o meglio della responsabilità - sta tutta dentro una campagna per il Sì apparsa fin dall’inizio confusa, sgangherata, spesso costruita su semplificazioni forzate e, in alcuni casi, su affermazioni semplicemente non vere. Una strategia che non solo non ha convinto, ma ha finito per allontanare proprio quell’elettorato che si voleva mobilitare.
Eppure, invece di interrogarsi su questi errori, c’è chi continua a raccontare una realtà capovolta. Alcuni quotidiani nazionali vicini al centrodestra insistono nel sostenere che il No abbia vinto “per colpa delle bugie raccontate ai cittadini”, quando invece è evidente - 'prove', tanto per restare in tema, ce ne sono quante se ne vuole - che la disinformazione ha attraversato e pesantemente soprattutto il fronte del Sì, perchè non era facile convincere i cittadini a ritoccare un pezzo importante della Costituzione senza indorare in qualche modo la pillola. Una narrazione, quella della presunte 'balle a sinistra', che non aiuta a capire, ma serve solo a prolungare lo scontro politico, scaricando le responsabilità su altri.
Altrettanto discutibile è la reazione di alcuni esponenti del Sì che, a urne chiuse, si sono rifugiati nella tanto semplice quanto fuorviante frase "adesso non lamentatevi più delle ingiustizie della magistratura”. Un’affermazione che non regge alla prova dei fatti, perché questo referendum - è stato, ridetto ed evidentemente capito - non interveniva sugli errori giudiziari, non risolveva il tema delle ingiustizie subìte dai cittadini, non toccava il nodo della responsabilità concreta dei magistrati. Era, nella sostanza, una riforma della magistratura - dei suoi organismi e meccanismi interni, delle carriere, degli equilibri istituzionali - ma certo non una riforma della Giustizia nel senso più ampio e percepito dai cittadini. Mettere sullo stesso piano questi due livelli è stata una delle principali distorsioni del dibattito ed è proprio qui che si è misurata la distanza tra propaganda e serietà.
In questo quadro, va riconosciuto un elemento positivo che arriva dalla Valle d’Aosta. Il Comitato per il Sì regionale, infatti, si è distinto per un approccio diverso; meno slogan, meno forzature, più attenzione a tenere la politica fuori dal dibattito pubblico sul referendum. Un’impostazione che, pur non avendo cambiato l’esito del voto, rappresenta una nota di merito importante perché la Giustizia, per essere credibile, deve restare il più possibile lontana dalle bandiere di partito.
La questione dunque non è solo 'chi ha vinto' o 'chi ha perso'; il problema è come si arriva al voto e, ancora di più, come lo si racconta dopo. Continuare a piegare la realtà alle proprie convenienze politiche - prima con promesse eccessive, poi con giustificazioni altrettanto fragili - significa alimentare sfiducia, non costruire consenso e in un tema delicato come la Giustizia, la fiducia è tutto. Quando si incrina, non basta un referendum per ricostruirla; servono verità, chiarezza e, soprattutto, onestà nel dire cosa una riforma può realmente fare e cosa no.




