Si può vivere in un sepolcro pur non essendo ancora morti? Sì, ogni qualvolta siamo prigionieri, pur illudendoci di essere liberi ed intraprendenti, del nostro io. Cosa vuol dire in concreto? Ci aiutano per la riflessione le letture della quinta domenica di quaresima. Nella prima, tratta dal libro del profeta Ezechiele, leggiamo: Così dice il Signore Dio: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio”. Siamo chiusi in un sepolcro quando ascoltiamo solo noi stessi, i nostri ragionamenti e calcoli; quando vogliamo piegare la realtà e le persone agli ideali ed attese che ci costruiamo; quando ci illudiamo di avere tutto sotto controllo; quando pretendiamo che tutto ruoti attorno a noi mettendo al primo posto i nostri bisogni, priorità e problemi illudendoci che seguire solo il nostro io ci possa rendere davvero liberi ed emancipati senza accorgerci che invece ne diveniamo sempre più schiavi. Dio invece, attraverso la sua Parola, ci ha rivelato che la vera libertà non consiste nel pensare solo a sé stessi bensì nell’aprirci alla realtà nella quale viviamo accogliendola per ciò che è, agli altri e riponendo fiducia in Lui. Nel salmo 129 troviamo questa immagine: “Io spero, Signore; spera l'anima mia, attendo la sua parola. L'anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all'aurora”. Il rischio è di aver fiducia soltanto in ciò che vediamo, che misuriamo, nella ragione, nella tecnica e nel progresso illudendoci che possano essere le nostre uniche guide, sostituirsi alla relazione con Dio e all’esperienza di fede convinti di potercela cavare da soli. Si tratta invece di avere uno sguardo aperto, che vada oltre il nostro naso per accorgerci che esiste anche una dimensione spirituale della vita, che se vogliamo essere davvero felici dobbiamo tenere lo sguardo aperto sull’orizzonte per accorgerci che l’io non è l’unico riferimento ma c’è di più. Viandante sul mare di nebbia (1818) è un’opera celebre dell’artista tedesco Caspar David Friedrich (1774-1840). I suoi innumerevoli paesaggi sia montuosi che marini hanno la caratteristica di essere vivi, intensi e vibranti perché sono espressione dei suoi sentimenti ed allo stesso tempo rivelano la fragilità dell’uomo di fronte alla grandiosità ed al mistero della natura. Nel dipinto in questione, un uomo posizionato su uno sperone di rocce, scruta l’orizzonte, anche se la nebbia e le cime sembrano impedirgli di guardare oltre. Tutti desideriamo aprirci alla vita ma sovente ci lasciamo avvolgere dalla nebbia dell’io e da quella del demonio che fa di tutto pur di farci raggomitolare perché sa che così facendo ci inganna; così come gli spuntoni rocciosi dell’egoismo tentano ogni giorno di recingere il nostro sguardo per ripiegarci su noi stessi. San Paolo, dalla seconda lettura, ci sprona a non lasciarci sequestrare dall’io e ci indica la via d’uscita: affidarci allo Spirito Santo, la terza persona della Trinità, che ha la capacità di allargarci lo sguardo, di smuoverci e di sospingerci oltre. Per ribellarci all’egoismo occorre tendere ogni giorno la mano verso lo Spirito Santo e chiedergli di guidarci oltre le nebbie e gli speroni rocciosi dell’io. Veniamo infine al Vangelo dove Gesù risuscitando Lazzaro rivela non solo che Lui può aprirci alla vita eterna dopo la morte ma che ha il potere di farci uscire dal sepolcro dell’io che tenta di fagocitare tutto rendendo cupa, stantia e maleodorante l’esistenza terrena. Gesù grida a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. La Parola di Dio e lo Spirito Santo sono ciò che ci consente di uscire dall’egoismo ed affacciarci alla vita. Continuiamo l’analisi quaresimale del nostro cuore e chiediamoci: avvertiamo inerzia, tristezza e ci percepiamo impantanati? “Lazzaro, vieni fuori!”. Usciamo dal sepolcro dell’io, torniamo alla vita, alla luce, non prestiamo ascolto solo a noi stessi, alle nostre priorità, ai ragionamenti, ai problemi ma ampliamo lo sguardo, accorgiamoci degli altri e di ciò che ci circonda, lasciamoci ispirare, provocare e guidare dalla Parola di Dio e dallo Spirito Santo. Chiudo citando un passo tratto dal libro dei Proverbi: “Confida nel Signore con tutto il tuo cuore e non affidarti solo alla tua intelligenza” (Prv 3,5).
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






