“L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”, è questa la prima frase che troviamo nella prima lettura, grazie alla quale incentreremo la riflessione. Il Signore manda Samuele ad ungere il nuovo re di Israele, scelto tra i figli di Iesse il Betlemita, il profeta immagina che sarà uno dei figli più grandi e invece Dio ha posato il suo sguardo sul più piccolo, Davide. Quante volte ci lasciamo ingannare dalle apparenze fermandoci ad esse, vale nei confronti degli altri e di noi stessi. “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”, occorre perciò andare al nocciolo, non fermarsi alla superficie, riflessione che calza a pennello in questo tempo di quaresima nel quale sto invitando me e voi a porre lo sguardo sullo stato di salute del nostro cuore.
Piet Mondrian (1872-1944), artista olandese, sosteneva che il fine dell’arte fosse l’elevazione spirituale passando per la ricerca dell’essenziale. Melo in fiore del 1912 ne è la dimostrazione.
L’obiettivo del pittore è arrivare all’anima, all’essenza, alla struttura portante dell’albero, è andare al cuore delle cose. Facciamolo anche noi: chiediamoci innanzitutto com’è il nostro sguardo sugli altri. Misuriamo le persone solo in base all’apparenza? O peggio alla luce di ciò che dicono di loro? Riduco qualcuno al negativo che vedo di lui? Credo che in ogni essere umano ci sia del bene, della bontà e che è amato ed abitato da Dio nonostante i limiti che rivela? Aver fede non è solo credere nell’esistenza e presenza del divino ma anche essere convinti che ogni persona possiede una luce dentro di sé che a volte fatica a rivelare o che noi non sappiamo o non vogliamo intravedere. Veniamo a noi stessi: il rischio è di definirci in base a ciò che dimostriamo agli altri o a ciò che dicono di noi. Dovremmo invece comprendere che indipendentemente da tutto e da tutti possediamo un valore indiscusso. Venerdì scorso, nel brano di Vangelo, si è letto di Gesù che riassume ad uno scriba i comandamenti: amare Dio e il prossimo come se stessi. Spesso sorvoliamo sull’ultimo punto, tanto importante quanto gli altri due. Amarsi significa accettarsi per ciò che si è, riconoscendo i propri punti di forza ma allo stesso tempo ammettendo limiti, debolezze e ferite. Spesso invece crediamo che per piacerci dobbiamo fingere, crearci una facciata, mostrare che siamo sempre al top, senza increspature, sempre disponibili, sempre pronti a dire sì, sempre sorridenti in modo da sentirci apprezzati, sempre impegnati e sulla cresta dell’onda. Il mio valore dipende da ciò che dimostro agli altri e da ciò che dicono o per ciò che sono davvero? Certamente essendo in relazione con le persone, un certo riconoscimento fa piacere, ma è ben diverso quando dipendiamo da esso, il rischio è che la stima sia come i titoli di borsa che salgono e scendono in modo repentino ed imprevedibile e questo fa sì che la nostra percezione cambi e fluttui in base agli applausi o ai fischi che riceviamo. Dobbiamo invece riscoprire che valiamo solo per il fatto che esistiamo aldilà di ciò che produciamo e che dimostriamo.
Nel brano di Vangelo Gesù guarisce un uomo cieco, dobbiamo chiedere a Dio di guarire anche il nostro sguardo spesso focalizzato sull’esteriorità, su ciò che mostriamo o che dicono di noi dimenticando che il nostro valore risiede altrove. Il profeta Samuele è spiazzato per il fatto che il Signore abbia scelto come re il figlio più piccolo di Iesse. Dare troppo peso all’apparenza significa anche ritenere che ciò che conta nella vita siano solo i grandi eventi, le situazioni eclatanti, che il proprio valore è proporzionato a quanti parlano di noi, a quante visualizzazioni abbiamo sui social mentre guardare al cuore significa riscoprire l’importanza, la forza e la bellezza dei piccoli gesti, delle cose semplici, del fare non per apparire ma perché merita impegnarsi in quell’azione indipendentemente che qualcuno se ne accorga. Andare oltre le apparenze riguarda anche il rapporto con Dio: la fede è qualcosa da ostentare, è fatta solo di gesti esteriori, di orpelli che danno l’illusione di essere pii e devoti o è fatta di autenticità, di relazione intima, semplice e vera con il Signore?
“L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”, parole che ci chiedono un cambio di prospettiva per guardare con altri occhi ciò che siamo, ciò che facciamo, gli altri e anche il nostro rapporto con Dio.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






