Editoriale - 12 marzo 2026, 07:21

Lo slogan 'facile' (e fuorviante) sulla Giustizia

Lo slogan 'facile' (e fuorviante) sulla Giustizia

"Se vuoi che chiunque sbaglia paghi, anche se è un magistrato, vota Sì". È lo slogan perfetto che attraversa in questi giorni la campagna elettorale in Valle d'Aosta. Breve, semplice, moralmente inattaccabile. Chi potrebbe mai essere contrario al principio che chi sbaglia debba pagare? Il problema è che questo claim non spiega davvero cosa cambiano i referendum sulla giustizia, lo suggerisce soltanto, perché la verità è molto meno emotiva e molto più tecnica.

In Italia i magistrati non sono affatto irresponsabili; possono essere sanzionati disciplinarmente dal Consiglio superiore della magistratura-Csm, possono rispondere civilmente per errori gravi e possono essere perseguiti penalmente se commettono reati. Pertanto, l'idea che oggi un magistrato non paghi mai per i propri errori è, semplicemente, falsa. Bisogna sempre ricordare che il referendum non interviene sui reali problemi di Giustizia che affliggono quotidinamente tantissimi cittadini ma su altro, ovvero sulla modifica di alcuni meccanismi dell’ordinamento giudiziario, espressamente il funzionamento dei Consigli giudiziari, il sistema elettorale del Csm, i passaggi di funzione tra giudici e pubblici ministeri. Sono temi importanti, ma sono anche temi tecnici ed è proprio qui che entra in gioco lo slogan, che mira a trasformare una riforma complessa in una questione morale elementare: chi sbaglia deve pagare. Così il referendum smette di essere una discussione sulle regole della giustizia e diventa una sorta di consultazione etica contro una presunta impunità dei pm e dei giudici. Il meccanismo rincalza una percezione diffusa nell’opinione pubblica, ovvero che la magistratura abbia molto potere a fronte di pochi controlli e il motto mediatico 'con il Sì chi sbaglia paga' non dimostra che ciò sia vero, gli basta evocarlo.

Prendiamo un quesito vicino al tema tambureggiato dalla campagna referendaria; oggi nei Consigli giudiziari siedono anche avvocati, ma non partecipano al voto nelle valutazioni di professionalità dei magistrati. La vittoria del 'Sì' al referendum consentirebbe loro di farlo, quindi non introdurrebbe nuove responsabilità per i giudici, non creerebbe nuovi strumenti per punire gli errori giudiziari, bensì allargherebbe semplicemente il numero di soggetti che partecipano alle valutazioni di carriera. È un cambiamento discutibile o condivisibile, a seconda delle opinioni, ma non è ciò che lo slogan lascia intendere ed è qui il punto. Costruito in modo deliberatamente ambiguo non dice esplicitamente che il referendum serve a 'punire' i magistrati, ma lo suggerisce abbastanza da farlo sembrare vero. È una tecnica classica della comunicazione politica, quella di lasciare che l’elettore completi da solo il significato della frase, così il dibattito si sposta; non è più sulle norme, ma su una narrazione molto più potente e suggestiva, quella della 'casta dei magistrati' che non paga mai per i propri errori.

Una cosa dovrebbe restare chiara, a questo punto: il referendum sulla Giustizia non decide le 'carriere' bensì le funzioni dei togati nei Palazzi di Giustizia e soprattutto non decide se i magistrati debbano pagare quando sbagliano, perchè questo nel nostro ordinamento esiste già. Il referendum decide invece come deve funzionare il sistema che governa la magistratura e quali equilibri devono regolare uno dei poteri fondamentali dello Stato. Quindi se il dibattito pubblico resta fermo agli slogan facili e fuorvianti, il rischio è sempre quello di votare una cosa credendo di votarne un’altra.

pa.ga.

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