Aula magna dell’Università della Valle d’Aosta gremita, ieri sera, per il confronto pubblico sul referendum costituzionale sulla Giustizia. A discutere le ragioni del Sì e del No alla riforma sono stati il vicepresidente delle Camere penali di Piemonte e Valle d’Aosta e presidente del Comitato per il Sì, Maurizio Basile; il costituzionalista professor Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No; il procuratore di Aosta, Luca Ceccanti, anch’egli schierato per il No e l’avvocato aostano Ascanio Donadio, sostenitore della riforma.
A moderare l’incontro il presidente del Tribunale di Aosta Giuseppe Marra, mentre ad aprire i lavori è stata la rettrice dell’ateneo Manuela Ceretta, che ne suo saluto iniziale ha richiamato il valore del confronto pubblico sulle scelte istituzionali.
"Nella democrazia degli antichi – ha ricordato – i cittadini erano chiamati a votare dopo aver ascoltato il parere degli esperti sulle questioni più complesse. Oggi, senza presunzione ma con un certo orgoglio, credo che stiamo svolgendo questo ruolo".
Sulla stessa linea l’intervento introduttivo di Marra, che ha invitato a mantenere il dibattito lontano dalle contrapposizioni politiche. "Qui non siamo per fare propaganda per alcuno – ha spiegato – ma per cercare di comprendere una riforma che modifica sette articoli della Costituzione. È importante evitare che il referendum venga interpretato come un voto pro o contro il governo: la Costituzione appartiene a tutti e ogni cittadino deve poter scegliere in modo consapevole".
Basile: 'il Sì rafforza il giusto processo'
Per Maurizio Basile la riforma rappresenta un passo avanti verso un processo più equilibrato. "È positivo che su un tema così importante possa esprimersi direttamente la sovranità popolare, soprattutto perché in Parlamento il confronto politico è stato piuttosto limitato", ha osservato.
Secondo il presidente del Comitato per il Sì, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri contribuirebbe a rafforzare il principio di imparzialità. "Il giudice deve essere percepito come equidistante tra accusa e difesa. Una sentenza pronunciata da un magistrato realmente terzo è più facilmente accettata. Non si tratta di considerare l’assoluzione come un fallimento del processo, ma di garantire che chi giudica non appartenga allo stesso circuito istituzionale dell’accusa".
Basile ha utilizzato un’immagine per spiegare la riforma del Consiglio superiore della magistratura: "Pensiamo a una goccia d’acqua che cadendo si divide in due gocce uguali: è quello che accadrebbe con il Csm, che verrebbe sdoppiato in due organi distinti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Oggi può capitare che un giudice che al mattino emette una sentenza in contrasto con l’accusa si trovi poi, nel pomeriggio, valutato disciplinarmente da un Csm in cui siedono anche pubblici ministeri. Con la riforma questo non accadrebbe più".
Grosso: 'questa è una riforma del Csm, non della giustizia'
Di segno opposto l’intervento del costituzionalista Enrico Grosso: "Gli elettori sono chiamati a esprimersi su una revisione della Costituzione. Per questo bisogna procedere con grande prudenza, valutando al massimo tutti i rischi e gli effetti che comportano le modifiche". Grosso ha insistito sul fatto che la riforma non riguarda realmente la separazione delle carriere: "Si dice che il referendum serva a cambiare il rapporto tra giudici e pubblici ministeri, ma non è così. In realtà si interviene soprattutto sugli articoli 104 e 105 della Costituzione, cioè sulla composizione e sulle funzioni del Csm. È quindi una riforma dell’autonomia della magistratura, non del funzionamento della giustizia". Per il docente universitario il punto centrale riguarda il rapporto tra magistratura e potere politico. "La magistratura è uno degli strumenti che permettono al Diritto di impedire al potere di prevalere. Quando il potere politico deborda, deve esserci un’istituzione capace di limitarlo. Per questo i Padri costituenti hanno voluto garantire ai magistrati una forte autonomia. I più deboli devono essere tutelati e ciò deve avvenire in autonomia di giudizio; questo è uno dei compiti principali della Giustizia, attenzione a una riforma che può indebolire il valore della libertà".
Grosso ha richiamato anche il pensiero di Meuccio Ruini, presidente della Commissione che elaborò la Costituzione, ricordando come la struttura dell’ordinamento fosse stata progettata proprio per evitare interferenze del potere politico sulla giurisdizione. Secondo il costituzionalista, inoltre, il problema della giustizia italiana non dipende dalla mancata separazione delle carriere. "Non esiste e non è mai esistito - ha detto Grosso - un giudice che, prima di decidere su una misura cautelare, si metta a pensare a chi siede al Csm. Se un magistrato non è imparziale, continuerà a non esserlo anche con due Csm invece di uno. La terzietà non nasce da un meccanismo istituzionale, ma dal modo in cui si esercita la funzione. Se un giudice lavora male oggi, continuerà a farlo anche con due organismi consiliari".
Critiche dal costituzionalista anche all’ipotesi di introdurre il sorteggio per la scelta dei componenti del Consiglio superiore della magistratura: "Il Csm deve restare un organo almeno in parte elettivo, perché l’elezione crea una responsabilità reciproca tra chi vota e chi viene scelto. Il sorteggio rischia invece di indebolire la componente togata e di spezzare un equilibrio che oggi garantisce l’indipendenza della magistratura".
Ceccanti: 'Il rischio è indebolire i magistrati'
Sulla stessa linea del professor Grosso, il procuratore di Aosta Luca Ceccanti. "Non siamo qui a dare patenti di moralità a chi voterà Sì o No - ha premesso - ma ritengo che questa riforma possa indebolire i magistrati". Ceccanti ha criticato alcune posizioni emerse nel dibattito pubblico: "Ho letto affermazioni secondo cui non dovrebbe esistere un potere senza controllo, riferite alla magistratura. Ma questo significa, implicitamente, voler controllare i giudici. Allo stesso modo trovo sbagliata l’idea per la quale secondo qualcuno sia arrivato il momento di limitare il potere del pubblico ministero". Secondo il magistrato, il pm non deve mai trasformarsi in un semplice 'avvocato dell’accusa': "Il pubblico ministero deve cercare la verità, non solo la condanna. È questo il modello voluto dai Padri costituenti e non dovremmo allontanarci da questa impostazione".
Donadio: 'Riforma tecnica, non politica'
A difendere le ragioni del Sì è intervenuto anche l’avvocato aostano Donadio: "La riforma non modifica le funzioni del pubblico ministero e non introduce rischi particolari, se non quelli che potrebbero derivare da eventuali degenerazioni future", ha spiegato. Secondo Donadio, il referendum è stato troppo politicizzato. "Si tratta di una questione tecnica - ha ribadito -. La separazione delle carriere è una proposta sostenuta da decenni dalle Camere penali e non nasce oggi come contrapposizione alla magistratura. L’obiettivo è semplicemente quello di rendere il sistema più equilibrato, non di trasformare il pm nel 'cagnolino' dell'Esecutivo".
Tornando sul tema, Grosso ha messo in guardia dal rischio di avvicinarsi a modelli di giustizia diversi da quello previsto dalla Costituzione italiana. "Il sistema statunitense è fondato su un pubblico ministero che spesso non incontra neppure l’imputato e si concentra esclusivamente sulla condanna. È un modello che personalmente non vorrei e che non credo dovremmo adottare".
A chiudere l’incontro è stato il presidente del Tribunale di Aosta Giuseppe Marra, che ha invitato a guardare oltre l’esito referendario: Qualunque sia il risultato del voto, non credo che assisteremo a catastrofi. Il vero tema è un altro: tribunali e procure soffrono una carenza cronica di personale e di strutture".
Marra ha auspicato che, dopo il referendum, il confronto tra politica, magistratura e avvocatura possa concentrarsi sui problemi concreti: "Per far funzionare davvero la giustizia servono risorse, sedi adeguate e personale. È su questi aspetti che il governo dovrà intervenire con maggiore decisione".




