Quando qualcosa non funziona, la colpa è della magistratura. Questo riflesso che attraversa da anni la politica italiana oggi è diventato sistema; è un meccanismo semplice, comunicativamente potentissimo, perché individua un bersaglio che non può replicare nei talk show o sui giornali (se non casualmente e mai nello specifico) e lo trasforma nel responsabile universale di ogni inefficienza dello Stato. Ma è un meccanismo che, alla prova dei fatti, si rivela sempre più una scorciatoia narrativa che serve a coprire responsabilità politiche e amministrative. Gli episodi che in queste settimane vengono agitati come simbolo della "giustizia che non funziona” raccontano in realtà una storia diversa; non parlano di giudici ideologizzati o di pubblici ministeri fuori controllo (alcune toghe sbandierate come 'comuniste' si sono rivelate assai vicine alla destra...), semmai di atti non notificati, di procedure sbagliate, di uffici che non rispondono nei tempi previsti dalla legge, di provvedimenti amministrativi scritti male o applicati peggio.
Parlano dunque dello Stato quando non funziona nella sua componente esecutiva e qui sta il punto che il dibattito pubblico continua a rimuovere: il giudice arriva solo alla fine della catena; non decide nel vuoto, non inventa i fatti, non costruisce le procedure: valuta ciò che gli viene sottoposto sulla base delle leggi esistenti.
Se una notifica non viene eseguita, se un atto è viziato, se un termine perentorio scade senza risposta, il giudice non può “fare come vorrebbe il Governo” senza violare la legge, può solo prenderne atto. Attribuire a una sentenza la responsabilità di un errore amministrativo significa capovolgere la realtà, è come prendersela con il termometro perché segna la febbre.
Il paradosso è che proprio mentre si accusa la magistratura di essere la causa della lentezza e delle disfunzioni del sistema, si propongono riforme che non incidono su nessuno dei fattori che davvero rallentano la giustizia: la stratificazione normativa, l’instabilità continua delle leggi, la produzione compulsiva di nuove fattispecie e nuovi reati senza preoccuparsi della loro applicabilità, la cronica carenza di personale amministrativo, l’organizzazione degli uffici giudiziari, la digitalizzazione incompleta, la moltiplicazione dei riti e dei gradi di giudizio.
Il tempo della giustizia è determinato in larga parte dalle leggi che il Parlamento approva e dalle risorse che il governo decide di investire, ogni riforma processuale che cambia le regole del gioco a metà partita produce inevitabilmente anni di rallentamenti e ogni norma scritta male genera contenzioso, ogni procedura farraginosa si traduce in fascicoli che si accumulano.
Eppure il racconto dominante continua a essere un altro, quello del magistrato che “impedisce”, “blocca”, “non fa”; un racconto utile politicamente a qualcuno, perché consente di presentare come soluzione una riforma costituzionale che nulla ha a che vedere con gli errori concreti che emergono nei casi reali. C’è poi un dato che dovrebbe indurre a maggiore cautela, ed è il fatto che quando lo Stato viene condannato a risarcire qualcuno, non è il giudice a generare il danno economico. Il danno nasce dall’atto illegittimo compiuto prima, la sentenza arriva dopo e certifica quella illegittimità. Insomma, se si vuole evitare di pagare bisogna evitare l’errore amministrativo, non delegittimare chi lo accerta.
Questo non significa negare che la giustizia italiana abbia problemi; li ha certamente e sono seri. Tempi lunghi, disomogeneità di decisioni, difficoltà organizzative, e anche – come in ogni corpo dello Stato – errori e responsabilità individuali. Ma trasformare questi problemi in un processo alla magistratura nel suo complesso serve solo a non affrontare le cause reali; la giustizia è lo specchio dello Stato e se le leggi sono confuse, se le procedure sono contraddittorie, se gli uffici amministrativi funzionano male, quello specchio restituirà un’immagine imperfetta. Prendersela con lo specchio è politicamente conveniente, ma non migliora il volto che vi si riflette; la vera riforma della giustizia, quella che ridurrebbe davvero i tempi e renderebbe il sistema più efficiente, non passa dagli slogan contro le toghe, passa da leggi scritte meglio, stabili nel tempo, da investimenti in personale e organizzazione, da una pubblica amministrazione che rispetta le regole che lo Stato stesso si è dato.
Tutto il resto è campagna elettorale e il rischio è che, mentre si combatte il nemico sbagliato, i difetti veri restino esattamente dove sono.




