Religio et Fides - 01 febbraio 2026, 06:03

'Due contadini che piantano patate', 1885- Vincent van Gogh (1853-1890)

Lettura d'arte domenicale a cura di Don Paolo Quattrone

'Due contadini che piantano patate', 1885- Vincent van Gogh (1853-1890)

Il brano di Vangelo ci propone le beatitudini, un capolavoro con il quale Gesù offre all’umanità un cambio di prospettiva. Sono otto, numero che indica la vita eterna, con esse Gesù desidera indicarci una vita piena che si apre all’infinito, che non resta schiacciata in una dimensione terrena; inoltre il numero di parole che le compongono sono 72 che corrisponde al numero totale di popoli pagani che si conoscevano in quel tempo a significare che il messaggio di Cristo non è limitato agli ebrei ma a tutta l’umanità.

Ad uno sguardo frettoloso e superficiale le beatitudini possono sembrare assurde ma in realtà ci insegnano che la vita dipende da come la si guarda e dal saper individuare ciò che conta davvero. Non le commento tutte, mi limito a soffermarmi sulla prima che troviamo anche nel ritornello al salmo, la possiamo considerare la chiave che ci apre a tutte le altre: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Gesù non intende esaltare le persone che si trovano in ristrettezze economiche bensì suggerisce che è importante riconoscere la propria povertà che non consiste nel piangersi addosso ma nel constatare che non sono Dio, significa essere umili. E’ beato, è felice chi si prende per ciò che è e non per ciò che non è o che vuole dimostrare ricorrendo a finzioni. Umiltà viene dal latino humus, ha a che vedere con la terra. Umile è chi ha i piedi per terra, chi si riconosce per ciò che è nella consapevolezza di possedere talenti ma anche limiti e fragilità.

E’ tanto importante individuare le proprie potenzialità quanto fare i conti con le proprie debolezze perché esperimentarle ci salva da un pericolo: ritenerci autosufficienti. Viviamo in un tempo dove dobbiamo dimostrare di essere sempre al top a livello fisico, mentale, prestazionale, emotivo, lavorativo e quando emerge qualche fragilità dobbiamo subito nasconderla o camuffarla. Guardare le debolezze ci fa bene perché ci ricordano che non ce la facciamo da soli, abbiamo bisogno degli altri e di Dio. E’ felice dunque chi riconosce le proprie povertà! E’ sufficiente andare con la memoria alle nostre conoscenze scientifiche delle elementari per ricordare che l’humus è un terreno ricco di sostanze per la crescita e la vita delle piante, di conseguenza camminare nell’umiltà aiuta a rendere feconda l’esistenza esattamente il contrario di ciò che si respira nella società odierna dove la vita di una persona è riconosciuta come significativa solo se è prestante, autonoma, veloce ed efficiente. Quanto ci fa bene invece ogni tanto esperimentare la fatica, la stanchezza, la fragilità, l’ansia, perché ci fanno comprendere che non possiamo tenere da soli il volante dell’esistenza ma abbiamo bisogno degli altri e dell’Altro

Solitamente ed erroneamente Vincent van Gogh (1853-1890) lo riteniamo il pittore dei girasoli in realtà ne ha dipinti pochi mentre il tema centrale della sua pittura è stata la vita legata alla terra e al mondo contadino in quanto in essa vi intravedeva una profonda sacralità; non a caso amava dipingere all’aperto, nei campi, sia nelle belle giornate così come al freddo o sotto la pioggia. Tutto il suo fare arte può essere inteso come una continua semina, voleva diventare pastore d’anime come suo padre e invece diverrà artista e con le sue opere cercherà di seminare vita e bellezza, come lui stesso affermerà: “voglio fare dipinti che vadano al cuore della gente” e ci riuscirà anche se non ne vedrà i risultati. Due contadini che piantano patate (1885) è un dipinto che ci mostra un uomo ed una donna piegati sul loro campo. Van Gogh con questo quadro così come Gesù con la prima beatitudine ci ricordano che è importante restare con i piedi per terra, a contatto con la nostra realtà ed umanità, senza fingere, guardando, ascoltando, accettando anche limiti e fragilità perché sono un humus, un terreno fertile che consente di far germogliare la vera gioia e la vera felicità che nascono dall’imparare a non confidare solo in se stessi, in quelle quattro sicurezze materiali che ci illudono di essere al sicuro e di non aver più bisogno di niente e di nessuno, per riconoscere che abbiamo bisogno degli altri e di Dio, che non si può camminare soli  e questo ci permette di avere uno sguardo completamente diverso sulla vita, ci si avvia sulla strada delle beatitudini: ci si apre alla fede, al perdono, alla ricerca del bene, della pace, si scopre che non possiamo vivere solo per noi stessi ma anche per gli altri anche se questo a volte può costare fatica e sacrificio. 

-----------------------------------------------------------------------------------------

Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.

Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.

Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.

Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.

Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.  

don Paolo Quattrone-red.laprimalinea.it

SU