Come per la scorsa domenica, anche in questa ritroviamo un tema che rimanda al Natale, quello della luce. Nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia si legge: Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Parole che si riferiscono alla venuta del Messia e che ritroviamo citate da Matteo nel brano di Vangelo: il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. A volte può accadere di attraversare tratti bui o nebbiosi, fa parte dell’esistenza ma è fondamentale non perdere di vista la presenza luminosa di Dio. Sappiamo accorgerci della luce divina che abita in noi e negli altri senza alcuna eccezione?
Matteo ci racconta che Gesù inizia la vita pubblica con questo annuncio: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”, parole con le quali ci chiede di compiere un cambio radicale di mentalità, quel Dio che sembrava lontano, perso nella galassia, raggiungibile da pochi, facendosi uomo ci rivela che Lui non sta lontano ma vicino, molto più di quanto possiamo immaginare infatti abita in ogni persona come luce che accompagna sempre, lungo tutto il corso della vita e anche durante il passaggio della morte. Ci sono bambini ma anche adulti che preferiscono addormentarsi con la luce accesa per sentirsi rassicurati e meno soli, quando dobbiamo addentrarci in una stanza o per una via buie preferiamo avere con noi della luce perché ci fa sentire più sicuri; Gesù con la sua venuta ha annunciato che non dobbiamo mai temere di sentirci soli, tanto più quando attraversiamo zone esistenziali d’ombra, di nebbia, quando avvertiamo i nostri limiti, errori, peccati, inadeguatezze la luce di Dio non ci lascia, non ci abbandona. Occorre davvero compiere un cambiamento di mentalità: non c’è persona che non sia abitata dalla luce divina, anche chi si è macchiato di una grave colpa, chi consideriamo sbagliato, diverso, indegno, antipatico, malvagio.
Gesù vuole diffondere questa buona notizia e per questa ragione decide di chiamare alcuni discepoli per aiutarlo. Matteo scrive che Gesù vide due fratelli, prima Simone ed Andrea e poi Giacomo e Giovanni. Lo sguardo di Cristo sulla realtà e tanto più sulle persone è molto diverso dal nostro, il suo è il punto di vista di Dio, è quello che si deduce dal racconto della Creazione dove per diverse volte si dice che vide che era cosa buona tutto ciò che aveva creato. Dio vede il bello che c’è in tutti. Gesù chiama quei pescatori perché sa che anche in loro vi è del buono e credo che essi si precipitino nel seguirlo senza tanti indugi proprio perché devono aver percepito che quell’uomo credeva in loro, nel bene che possedevano e che potevano compiere. Dio credere in noi molto di più di quanto crediamo in noi stessi. Li chiamerà ad essere non più pescatori di pesci ma di uomini.
Nella cultura ebraica il mare era sinonimo del male, perciò, chiede loro di aiutare le persone ad uscire dal male per affacciarsi al bene, alla vita, alla fede, per scoprire la luce divina che le abita. James Tissot (1836-1902) è stato un pittore ed incisore francese, noto per aver catturato scene eleganti della società parigina della Belle Époque e, successivamente, per le sue opere a soggetto biblico infatti si aprì sempre più ad un cammino spirituale che lo condusse a recarsi in Palestina dove soggiornò per circa dieci anni e si dedicò quasi esclusivamente a illustrazioni dettagliate della Bibbia e della vita di Cristo, come nel caso dell’opera: la vocazione di san Pietro e sant’Andrea (1886-1894). Gesù è vestito di bianco proprio ad evocare che Lui è la luce venuta nel mondo per rivelarci che abita in ciascuno di noi e che dobbiamo imparare a riconoscere, ad interpellare e a seguire. I due pescatori con i piedi immersi nell’acqua ci rimandano ad una realtà: in quanto umani siamo sì immersi nel male, nelle contrarietà, nel peccato, nelle crisi e nei problemi ma siamo abitati dalla luce di Dio e per questo siamo sempre preziosi, possiamo avviarci verso il bene e credere che non siamo mai soli, mai persi e questo deve condurci a fare nostre le parole del salmista: Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.
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Letture d’arte è un’idea nata dieci anni fa che don Quattrone ha realizzato e che sta portando avanti per il settimanale Il Corriere della Valle della Diocesi di Aosta. Si tratta del commento delle letture della domenica compiendo un viaggio nello sconfinato panorama della storia dell’arte. Ogni settimana accosta la Parola di Dio della domenica ad un’opera, spaziando in varie forme espressive quali la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia, l’architettura.
Si tratta di un percorso che si muove nelle varie epoche, senza pregiudizi, scoprendo la forza e la bellezza non solo dell’arte antica ma anche di quella moderna e contemporanea. Questo cammino è iniziato quasi per gioco e sulla scia degli studi compiuti all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano dove Paolo Quattrone si è laureato nel 2008. La sfida è quella di riscoprire l’arte come canale privilegiato per rientrare in noi stessi, parlare di Dio e andare a Lui.
Il pensiero di fondo che caratterizza questa esperienza è quello che un’opera d’arte è tale nel momento in cui riesce a farci andare oltre la superficie, oltre la realtà. L’artista, come sosteneva Kandinskij, è un sacerdote che ha la missione di aprirci una finestra verso l’oltre, per farci accorgere che esiste una dimensione spirituale, per aiutarci ad esplorare i sentieri dello spirito. Questo ha portato don Quattrone ad affermare senza ombra di dubbio che tutta l’arte è sacra. E’ un errore immenso distinguere tra arte sacra e profana! Esiste l’arte religiosa e non, ma non è il soggetto rappresentato che rende sacra o meno una pittura, una scultura, un brano musicale o un film ma è ciò che trasmette, l’energia, la forza che suscita nel cuore dello spettatore.
Questa esperienza è possibile non soltanto ammirando opere a soggetto religioso ma anche contemplando quadri, sculture, installazioni che apparentemente sembrano non comunicare nulla di profondo. Un’opera d’arte è tale quando acquista una sua autonomia, una vita propria, quando riesce a far compiere all’osservatore riflessioni e percorsi che vanno oltre le intenzioni dell’autore.
Accostare Parola di Dio e arte vuol dire far convivere due canali che hanno la finalità di farci andare oltre la superficie, che conducono l’uomo a pensare, a scoprire la dimensione spirituale della propria esistenza.






